Il ruolo dell’editoria in Aboca Museum raccontato da Anna Zita Di Carlo

Il 18 Marzo 2011 viene presentato a Siena, nel Complesso Museale Santa Maria della Scala, il libro “Etruschi. Il privilegio della bellezza”, ultima delle pubblicazioni realizzate da Aboca Museum. Ne parliamo con Anna Zita Di Carlo, responabile di Aboca Museum.
Elisa Fulco: Come è nata l’idea di questo libro?

Anna Zita Di Carlo: Dopo avere indagato con una mostra itinerante e un catalogo il rapporto con l’igiene e la bellezza in Egitto, abbiamo ritenuto che fosse assolutamente in linea con la filosofia dell’azienda continuare la ricerca e rintracciare e studiare le tradizioni naturali e cosmetiche adottate questa volta dal mondo etrusco. Il passato e la memoria di pratiche perdute sono per noi sempre fonte di interesse e ispirazione, anche per nuovi prodotti. Valentino Mercati, presidente di Aboca e Aboca Museum, ripete sempre che tutto è già stato inventato, tocca agli storici e agli studiosi riportare in vita il sapere perduto, soprattutto nel campo delle erbe medicinali.

EF: Tra le tante attività portate avanti dall’azienda e dall’Aboca Museum, l’editoria è uno dei settori che vi rappresenta di più. A cosa si deve questo investimento in pubblicazioni?

AZD: Basta pensare che Aboca Museum ospita al suo interno la Bibliotheca Antiqua che oltre a contenere più di 1500 volumi rappresenta un’importante patrimonio botanico-farmaceutico, in grado di testimoniare l’antica scienza delle erbe dal Cinquecento sino ai primi del Novecento. È quindi naturale per noi dedicarci allo studio del materiale che abbiamo a disposizione da cui nascono molte delle nostre pubblicazioni.

EF: Quindi la Bibliotheca Antiqua è a tutti gli effetti uno strumento di ricerca per l’azienda?

AZD: Assolutamente sì, come dimostra la presenza di 3 studiosi che ogni giorno frequentano la Biblioteca e caricano sul database le informazioni più interessanti archiviate per parole chiave. Così quando l’azienda vuole affrontare un tema o sapere le proprietà delle piante noi siamo in grado di fornirle, o comunque apriamo subito la ricerca, non appena sollecitati. Spesso da antiche ricette nascono anche delle nuove formulazioni.

EF: Nel vostro caso l’azienda e il Museo sembrano assolutamente coincidere negli obiettivi da portare avanti.

AZD: Sicuramente il fatto che Aboca sia un’azienda familiare cancella ogni possibile separatezza, tutto è condiviso, il museo è al servizio dell’azienda che lo usa come luogo di presentazione e di visita obbligatoria per tutti i clienti che vogliono saperne di più della filosofia aziendale.

EF: Ritornando alle pubblicazioni, ne realizzate diverse in base ai vostri target. Quali gli aspetti che prendete maggiormente in considerazione?

AZD: L’azienda ha diverse anime a cui corrispondono delle pubblicazioni specifiche: divulgative, storiche, scientifiche, mediche, pediatriche ma anche facsimili di editoria di pregio.

EF: Forse il dato più sorprendente è che tutte siano seguite da Aboca Museum.

AZD: Sì, tutto viene prodotto internamente, ulteriore testimonianza che il Museo è una parte viva e attiva dell’impresa.

EF: Tra i tanti titoli da voi pubblicati sicuramente di grande fascino sono i facsimili di erbari antichi. Come nasce l’idea di rispettare l’originale nella forma e nella misura?

AZD: Ancora una volta riteniamo che la storia va tramandata così come è e che ogni interpretazione e alterazione rischia di tradirla. Oltre tutto questi sono libri così ricercati ed esteticamente perfetti che meritano di essere rispettati.

EF: Cosa vi ha spinto a pubblicare sempre in facsimile le opere di Piero della Francesca o piuttosto di Luca Pacioli?

AZD: In questo caso la scelta è stata quella di celebrare il rapporto tra Aboca e il suo territorio, la Valtiberina Toscana ha dato i natali ad illustri personaggi quali Luca Pacioli e Piero della Francesca. Il De prospettiva pingendi di Piero della Francesca è un libro straordinario che merita di essere mostrato in tutta la sua bellezza. L’ultimo nato è il De divina proportione, un’opera di Luca Pacioli dove Leonardo ha disegnato i poliedri. È stato un grande impegno ma anche una grande soddisfazione.

EF: Quale saranno le prossime pubblicazioni di editoria pregiata?

AZD: A breve usciranno il Florilegium del Geest, un erbario datato 1688, che esprime perfettamente la cura dei dettagli che è alla base di Aboca e Aboca Museum e il Dioscoride, un’opera storica e scientifica che è alla base della fitoterapia.

EF: Nel Museo e attraverso i libri ben raccontate la storia millenaria delle piante e del rapporto tra l’uomo e la natura. Di Aboca come famiglia di imprenditori non parlate mai.

AZD: Effettivamente in questo senso rappresentiamo un’atipicità, i prodotti parlano di noi e per noi. Chissà che prima o poi non racconteremo qualcosa anche della nostra famiglia. Ma questa è sicuramente un’altra storia.

 

Roberto Gallo racconta la Fondazione Borsalino attraverso l’investimento della mostra “Il cinema con il cappello”

Sino al 20 Marzo la Triennale di Milano ospita la mostra Il cinema con il cappello. Borsalino e altre storie, promossa dalla Fondazione Borsalino. Ne parliamo con Roberto Gallo, Amministratore Delegato della Borsalino e Presidente della omonima Fondazione.
Elisa Fulco: Come nasce l’idea della mostra?

Roberto Gallo: È un’idea che ci accompagna da tempo, che è riemersa in occasione dei 150 anni del marchio nel 2007. Io credo che il cappello sia davvero pieno di tanti contenuti. Un cappello cambia la persona, la rende personaggio o nullità, rivela o nasconde, suscita emozioni e fa pensare. Proprio come il Cinema. Penso sia allora questa la vera ragion d’essere della mostra. Il cappello e il cinema come binomio a volte inscindibile dove il secondo trova nel primo la possibilità di creare dei personaggi capaci di colpire lo spettatore e lasciargli dentro un’immagine immutabile nel tempo. Arte e Cultura pertanto.

EF: Però in mostra cinematograficamente parlando non si trovano soltanto cappelli Borsalino?

RG: Assolutamente no. La scelta effettuata dalla Fondazione Borsalino è stata quella di ampliare il progetto espositivo sino a includere tutti i tipi di copricapo, di tutte le fogge, per rendere il più coinvolgente possibile la storia che abbiamo voluto raccontare. Per scelta non abbiamo realizzato una mostra sul nostro marchio ma un evento il più ampio possibile con l’idea di creare un progetto culturale a 360°.

EF: Come nasce il legame tra il cinema e Borsalino?

RG: Sicuramente i due film Borsalino con il titolo e il logo aziendale hanno reso immediata l’Associazione tra Borsalino e il cinema che però ha radici molto più antiche. Già negli anni Quaranta il film Casablanca aveva generato una moda tra gli appassionati del marchio, ma anche nei primi trent’anni del secolo in tanti film i cappelli sono Borsalino.

EF: In mostra c’è anche una sezione legata al cinema d’impresa. Borsalino come azienda ha fatto presto ricorso ai filmati industriali?

RG: Assolutamente sì. Tantissimi documenti ci raccontano di come il video fosse molto usato nella comunicazione aziendale, soprattutto per presentarci all’estero. Non a caso il video del 1912 che esponiamo in mostra ha i sottotitoli in inglese e spagnolo. C’è anche una relazione diretta tra l’essere presenti in tanti mercati e comparire in molti film. Se non si è visibili difficilmente si viene scelti per raccontare delle storie o rappresentare un canone estetico.

EF: Nel 2007 ha inaugurato il Museo del Cappello Borsalino di Alessandria e nel 2008 ha costituito la Fondazione Borsalino. A cosa si deve la discesa di Borsalino in cultura?

RB: Borsalino con i suoi oltre 150 anni di storia, una fabbrica semi artigianale e una lavorazione unica nel suo genere fa già cultura. Era allora naturale che prima o poi decidessi di investire in cultura, di iniziare un percorso diverso e nuovo con l’idea di restituire così l’essenza dell’azienda. La Fondazione nasce proprio per contenere tutti i valori, forse nascosti, di tanti anni d’impresa; si tratta adesso di renderli visibili, racchiuderli in un nuovo ed apposito contenitore e di veicolarli coerentemente attraverso una serie di eventi artistici che servano a creare cultura, innanzitutto del cappello, investendo contemporaneamente in ricerca e innovazione.