La digitalizzazione dell’archivio Safilo raccontato da Samantha Tabacchi

È in corso la digitalizzazione dell’Archivio Safilo, frutto di un lungo lavoro di ricerca che racconta oltre 75 anni di storia di impresa. Ne parliamo con Samantha Tabacchi, Direttore Galleria Guglielmo Tabacchi e Archivio Storico Safilo.

 

Elisa Fulco: Alle origini della Galleria Guglielmo Tabacchi e dell’Archivio storico sembra esserci la passione collezionistica di suo padre Vittorio Tabacchi, che in cinquanta anni di ricerca ha raccontato e raccolto la storia dell’occhiale nel mondo. Un progetto decisamente ambizioso. Come nasce questa passione?

Samantha Tabacchi: Credo che questo vocazione collezionistica faccia parte del suo DNA. Sin da piccolo ha conservato ogni piccola testimonianza della storia aziendale e avendo questa visione del presente che si trasforma in passato ha da sempre prestato attenzione alla  tutela di ogni singolo documento. Una visione che ha trasmesso a tutti i collaboratori, dagli operai al più alto dirigente. Tutti hanno contribuito a non disperdere la storia attraverso un passaparola allargato. Chiunque si sia imbattuto in qualche oggetto Safilo l’ha acquistato per suo conto, contagiato dalla passione di mio padre.

EF: Sicuramente questo metodo del passaparola ha funzionato, considerato che l’archivio ospita oltre un migliaio di occhiali, prototipi, astucci, maschere, caschi…

ST: Chiaramente man mano che l’azienda è cresciuta sono aumentate le occasioni di visibilità. Galleristi e antiquari erano tutti al corrente della nostra ricerca e gli hanno sempre proposto i pezzi più interessanti sul mercato, nonché quelli mancanti all’interno della collezione. La rete in questo caso ha funzionato. Non ci risulta che nel mondo esista una collezione più ricca e completa della nostra: sette secoli di storia dell’occhialeria che coprono tutti i continenti.

EF: Quali sono i pezzi più significativi?

ST: Difficile scegliere. Ci sono sicuramente dei pezzi rari, per esempio gli occhiali orientali, che sono difficilissimi da rintracciare sul mercato e che permettono di capire anche come mutando area geografica l’occhiale diviene portatore di usi e significati diversi. Nella cultura occidentale l’occhiale è anche un accessorio di moda, in quella orientale assolutamente no, ha più il valore di protesi. Così come sono altrettanto rari l’occhiale da cappello o da parrucca appartenuto alla famiglia Archinto di Milano nel 1575. Particolarmente curioso è anche il binocolo della gelosia del 1800 che permette di osservare lateralmente fingendo di guardare dritto. Di grande interesse anche la nostra collezione di stampe, circa 400 rappresentazioni storiche tra il XV e il XX secolo di personaggi con occhiali o raffigurazioni legate al mondo della visione.

EF: La collezione non racconta soltanto la vostra storia aziendale ma l’intero comparto degli occhiali, sotto ogni aspetto (tecnico, di costume, di moda). Da cosa nasce questa scelta?

ST: Il fatto che l’azienda sia nata nel 1934  in un distretto d’eccellenza dell’occhiale, Calalzo di Cadore, ha fatto sì che da sempre sì ha avuto la coscienza di lavorare all’interno di un contesto in cui è  stimolante, oltre che necessario, conoscere quanto viene prodotto da altri. Non a caso il nostro Archivio oltre alla documentazione aziendale ospita fotografie, cataloghi e libri dedicati al settore dell’occhialeria, nell’ottica dell’aggiornamento continuo.

EF: Che rapporto c’è tra l’Archivio e la Galleria?

ST: L’Archivio è il punto di partenza e di arrivo della collezione. Senza l’Archivio non esisterebbe la Galleria che, nella sede di Padova, recentemente ristrutturata dall’architetto Alessandro Mendini, espone solo una parte del materiale conservato a Cadore. Abbiamo adottato un allestimento tematico (storia, tecnica, moda e celebrità) che rende comprensibile il percorso che vogliamo raccontare, utilizzando anche la multimedialità per rendere la fruizione il più coinvolgente possibile. Per avere un’idea completa di tutto il nostro materiale bisogna assolutamente visitare la nostra azienda, laddove è ospitato l’archivio.

EF: C’è un utilizzo aziendale del vostro Archivio?

ST: Assolutamente sì. Tutto il lavoro di archiviazione e digitalizzazione è funzionale alla consultazione. I nostri designer sono dei frequentatori abituali dello spazio, anche se  in un prossimo futuro tutto avverrà online. Hanno a disposizione un repertorio incredibile di suggestioni, sia di stile che di materiali. Da tantissimo tempo collaboriamo con marchi prestigiosi che hanno contribuito a creare il linguaggio che ci ha resi noti a livello internazionale. Per noi l’archivio è un vero e proprio strumento di lavoro il cui valore cresce con il tempo. Chi fa ricerca nel settore prima o poi incontra la nostra storia. Basti pensare al  successo attuale del vintage per capire le potenzialità del materiale in nostro possesso.

EF: Per voi quindi è naturale investire risorse nell’archivio?

ST: Per noi è doveroso investirci. Due persone, Ines Smaniotto e Giovanna Fornasier, lavorano da tempo al progetto di archiviazione, che da poco si è trasformato in digitalizzazione. Sono la nostra memoria vivente, conoscono alla perfezione la nostra storia e quella della nostra famiglia, di cui fanno ormai a tutti gli effetti parte.